Gli occhiali di Clotilde: La fila di Basma Abdel Aziz

Le funambole presentano:

Gli occhiali di Clotilde

Rubrica di recensioni a cura di Clotilde Barbarulli

La dittatura della burocrazia: Clotilde Barbarulli, 26 settembre 2019

 

Dopo una rivoluzione fallita, i protagonisti del romanzo “La fila” della psichiatra e attivista egiziana Basma Abdel Aziz attendono di essere ammessi al di là di una misteriosa porta per risolvere i propri problemi. La censura su stampa e tv e le fake imposte dal regime ottundono la voglia di ribellarsi.

Di Clotilde Barbarulli

Nel libro dell’egiziana Basma Abdel Aziz, psichiatra e attivista, si narra di una burocrazia dittatoriale – impostasi dopo una rivoluzione fallita (in Medioriente) – alla quale ognun* deve rivolgersi per il minimo servizio. Perciò di fronte alla Porta, materializzatasi dopo le rivolte, la fila è interminabile: fra disperazione e speranza la gente resta in attesa di un turno che forse non arriverà mai. Quel confine sembra collocarsi in una storia surreale, ma pare in realtà il simbolo di tutti i confini di terra e di mare, dove l’industria delle frontiere è diventata un business gigantesco: basta soltanto pensare alle recinzioni elettrificate con dissuasori anti-arrampicata per 176 chilometri che il premier ungherese ha comprato dall’azienda spagnola Esf, famosa dopo la costruzione delle barriere a Ceuta e a Melilla negli anni ’90 proprio per impedire l’immigrazione.

I capitoli del romanzo incominciano sempre con un documento scritto in un linguaggio burocratico e straniante ed informano sulla salute del protagonista Yahya, colpito da una pallottola durante gli sciagurati eventi, cioè le proteste contro l’intransigente regime e gli scontri con le Unità di Difesa della Sicurezza, una trasposizione letteraria della Primavera araba.

L’attesa crea una condizione di immobilità paralizzante nella folla attraversata da illusioni (“non mancavano le voci, caotiche e discordanti, su quando la Porta avrebbe aperto”), che aspetta sotto il sole e la pioggia: Yahya deve stare in fila per farsi estrarre un proiettile sparato dalla polizia durante una rivolta, ma in questo paese senza nome è difficile essere curato dal momento che per le autorità la polizia non ha mai premuto il grilletto contro i cittadini. Per testimoniare la violenza perpetuata durante gli sciagurati eventi, cerca disperatamente le radiografie fatte una volta arrivato all’ospedale.

Da lì incomincia un susseguirsi di speranze vane, documenti manomessi, alterazioni della realtà, crude disillusioni, intercettazioni telefoniche e ambientali. Ma la fila – fra comunicati stampa sempre più fantasiosi – si ingrossa giornalmente anche se le speranze di vedere aperta la Porta si affievoliscono, ed emerge l’ottundimento collettivo che abbatte ogni focolaio di ribellione, di pensiero critico. La mente de* cittadin* è eterodiretta, prima anestetizzata, lobotomizzata e poi plasmata. Lo Stato controlla la stampa, la televisione, i telefoni, perfino i discorsi più futili di ogni giorno.

“Scrivendo La Fila ho posto interrogativi più che dare risposte o soluzioni – spiega Aziz in un’intervista -.  E tutte le domande riguardano questa minacciosa autorità che cerca di azzerare la coscienza della gente, e i modi in cui le persone reagiscono. Alcuni si adattano, altri arrivano a identificarsi con l’autorità e ad appoggiarla, altri si limitano ad aspettare … Io credo che siano le paure delle persone ad accrescere l’immagine di potere di quest’autorità minacciosa… soprattutto quando così tante persone sono povere, e perlopiù impegnate a sopravvivere”. In una situazione di trauma come questa- sottolinea Aziz che ha lavorato in un centro di recupero delle vittime da tortura – per soffrire meno ci si adatta alla versione ufficiale, come Amani che all’inizio lotta per il suo compagno colpito da un proiettile, ma alla fine si arrende al racconto dell’autorità secondo cui era stato girato un film ad effetti speciali che avevano creato l’illusione di pallottole e bombe. Prova a convincere anche Yahya che sia tutto finto, però la ferita non smette di sanguinare.

È una storia resa più angosciosa dal fatto che – nota la traduttrice – la narrazione originale è in arabo mentre i dialoghi sono in dialetto egiziano, i nomi dei luoghi non sono mai citati, ma individuabili anche per elementi extra-testuali.

Quando il potere crea una versione ufficiale dei fatti, misconoscendo la verità, è facile il condizionamento con il rischio di dimenticare – per paura o rassegnazione – le ingiustizie e il tradimento della memoria. Per questo la Porta, perfettamente visibile ma inaccessibile come piombata, c’interpella oggi più che mai.

La necessità di un foglio di carta che attesti chi sei è ormai l’espressione burocratica della fortezza-Europa, del potere arrogante che ovunque vuole distinguere tra servizi e dignità: è il pezzo di carta che ti confina in un campo profughi in Libano o ti sfrutta nell’industria agro-alimentare in Italia o in Spagna. Viene in mente il film “Io, Daniel Blake” (2016) di Ken Loach con la messa in scena della macchina burocratica dell’assistenza sociale non al servizio delle persone, ma costruita per escluderle.  Il confine e un pezzo di carta, ecco gli strumenti con cui si decide di accettare o meno persone in fuga da regioni destabilizzate dallo stesso Occidente. Chi parte per l’Europa è abbandonata sulle isole greche, bastonato in Ungheria, salvata a stento nel Mediterraneo, fatto languire nei Cie, sfruttata nel sottobosco del lavoro precario.

Una storia infinita di spostamenti traumatici e attraversamenti di frontiere costellati da morti, ferite, esclusioni, sfruttamento e dominio, che alimentano il capitalismo transnazionale. Butler perciò, parlando del femminismo nell’oggi, invita a considerare – nella relazione tra corpo e precarietà – le nuove figure di spossessamento, che si muovono nello spazio pubblico, dai e dalle migranti alle lavoratrici sfruttate, ai disoccupati, a chi è colpit* da repressione poliziesca.

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