Gli occhiali di Clotilde: Elvira Navarro, La lavoratrice

Le funambole presentano:

Gli occhiali di Clotilde

Rubrica di recensioni a cura di Clotilde Barbarulli

Elvira Navarro, La lavoratrice, trad. di Sara Papini, LiberAria editrice 2019

La lettura del libro della scrittrice spagnola Elvira Navarro ha suscitato un effetto disturbante in alcune amiche ed in effetti chi legge è trascinat* in un vortice di solitudine ed angoscia. Sono narrate vite rese instabili dal mercato del lavoro che non solo non permette una vita buona (Butler), ma la rende preda del disagio psichico. Precarietà è così la parola che attraversa la  scrittura e l’inquieta: la precarietà – vorrei ricordarlo – è, nelle sue diverse forme, il frutto di una scelta strategica del capitale cui vanno ricondotti, come elementi strutturali, anche la disoccupazione di massa, la distribuzione iniqua delle ricchezze, lo sfruttamento, la guerra e l’evaporarsi della democrazia. La globalizzazione, con il programma politico del liberismo, domina ormai tutto il sociale storico, ed i governi si sono trasformati – scrive Saramago – in “commissari politici del potere ecnomico”.  Lavori in perenne precariato, case provvisorie, situazioni sentimentali instabili , solitudine nonostante il contatto in rete con il mondo, ecco in gran parte il panorama odierno.

Elisa ha laurea, master, un romanzo pubblicato, ma è condannata a un lavoro malpagato per una casa editrice, e, con i tagli al personale, diventa collaboratrice esterna e deve ridursi in un appartamento in periferia con una coinquilina, Susana, per poter pagare l’affitto: un lavoro stancante che incolla a una sedia per troppe ore, e non nutre ma svuota, isola. Anche Susana è precaria, segnata da medicine e  ansiolitici, da ossessioni sessuali, fidanzati nani e omosessuali o quasi completamente virtuali.

La precarietà lavorativa nell’oggi può diventare anche una fragilità esistenziale, ma  molte giovani rifiutano un futuro negato e popolano le strade del mondo di proteste contro ogni sfruttamento e violenza. È questa spinta politica che manca ad Elisa, la protagonista, che si sente privata di ogni prospettiva e, nella sua solitudine, non può che sprofondare nell’ansia e camminare di notte (“dentro una capsula, quella formata  dalle pareti dell’appartamento, pareti che indossavo nelle mie passeggiate come un mantello invisibile”), in una Madrid sempre più spaesante, gotica, inquietante, specchio delle  sue emozioni, anche se in quell’angoscia l’esistenza della città costituisce l’unica certezza.  Nel sentirsi  male cambia la fisionomia del mondo, che si inaridisce e si svuota di risonanze coloristiche, si oscura e si fa lontano (Borgna), allora il nostro io, il nostro corpo e il mondo in cui siamo immers* non è più immediatamente conoscibile e familiare: si fa estraneo, inquietante e spettrale.  Ed emozioni intense e laceranti come l’angoscia e la disperazione implicano la frantumazione del tempo, radicale, dove esiste solo un presente destorificato  senza possibilità di relazioni e progetti. Entrambe le protagoniste  raccontano di un’incapacità di reagire alla vita, come se si sentissero smarrite sia nei pochi metri quadri della casa in affitto, sia nella città, prigioniere di un tempo sempre uguale a se stesso.

Così Elisa nella sua ansia esplora di notte la città, camminando senza sosta in una Madrid periferica e marginale, fra case occupate, figure spettrali che raccolgono cartoni e detriti, mentre Susana compone e ricompone mappe e collages con figurine infinitesimali, “briciole colorate”, reinventando la città in modo diverso ma ugualmente straniante: “Le cartine disordinate di Susana erano  conturbanti a causa dell’anarchia minuziosa che le dominava”. Elisa ne raccoglie fantasie e racconti per un suo nuovo libro. Lo psicanalista le chiederà: «E cos’è più importante per lei, registrare ciò che avviene nel mio ambulatorio per concludere bene il suo libro o curarsi?»

Nell’intimità forzata che devono condividere, sono depresse, Susana pare esserlo da sempre, Elisa lo sta diventando; ma sono due persone o l’una è l’alter ego dell’altra? La linea di confine fra ciò che è considerato normale e ciò che non lo  è, fra immaginazione, delirio e realtà è quanto mai sottile e sfumata nella scrittura di Navarro, così inquietante anche nel porre interrogativi sul sociale-storico.

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