Non voglio scendere! Femminismi a zonzo

Le funambole presentano:

Gli occhiali di Clotilde

Rubrica di recensioni a cura di Clotilde Barbarulli

Barbara Bonomi Romagnoli e Marina Turi, Non voglio scendere! Femminismi a zonzo, Golena 2019.

Anche se «il sessismo impera, la sessualità tergiversa e la rivoluzione arranca», le autrici invitano a salire sulla metropolitana femminista, una metafora, politicamente gioiosa e appassionata, che offre sei tragitti di autodeterminazione e ribellione, attraverso i femminismi che vogliono reinventare l’odierno mondo. Dal femminismo degli anni settanta a Ni Una Menos – che ha contaminato il globo per una società che superi sessismo, razzismo, disuguaglianze, sfruttamento dell’ambiente e di tutti gli essere viventi, umani e non – sono così fermati sulle pagine alcuni momenti, straordinari, del movimento delle donne. Riprendendo aspetti del Piano femminista di NUDM, le autrici ricordano come il linguaggio non sia neutro, per cui è importante usare un lessico sessuato, dalla u all’asterisco alla @ ed alla x in modo da superare il binarismo dominante. Lo sciopero femminista è diventato una pratica politica in luoghi diversi, dilatando il concetto tradizionale di sciopero legato solo all’ambito produttivo e sindacale: è invece uno sciopero dal lavoro produttivo e riproduttivo di cura, per affermare che «la violenza contro le donne è sistemica» perché colpisce la materialità delle vite. Nonostante scarti, divisioni e dispersioni, i femminismi non possono quindi che r-esistere, se solo si considerano i dati Istat, dalla prevalenza maschile nei luoghi decisionali ai problemi di esclusione sociale. Per realizzare una realtà differente – secondo Bonomi Romagnoli e Turi – piuttosto che pensare ad un partito di donne, bisogna «riempire di contributi femministi le istituzioni democratiche, aprire conflitti, stringere alleanze», ricordando che la parola compromiso in spagnolo significa partecipazione e accordo collettivo. L’immagine, coinvolgente, che circola è quella di femminismi «felici e appassionati, (auto)ironici e pungenti, includenti e visionari», composti da tante guastafeste (Ahmed) che non desiderano soccombere alla restaurazione in atto e si candidano alla ribellione per sovvertire l’esistente.

Riporto la mia recensione apparsa ne il Manifesto/Le Monde di maggio, al recente libro Non voglio scendere!, perché offre una lettura stimolante e sorridente nell’attraversare nodi e temi del movimento delle donne. Soprattutto trovo interessante il riferirsi alla figurazione della “guastafeste” su cui vorrei soffermarmi.

Sarah Ahmed è una studiosa anglo-australiana che si occupa di teoria femminista e queer, di postcoloniale e critica della razza, autrice di numerose monografie. Nel 2016 – è importante saperlo – si è dimessa dalla propria cattedra in Cultural Studies and Race del Golsmiths’ College, University of London, per denunciare il fallimento del proprio ateneo nell’ occuparsi delle molestie sessuali a danno delle proprie studentesse motivando la decisione sul suo  blog www.feministkilljoys.com. Nel sottolineare il silenzio e l’insabbiamento delle denunce, sottolinea come le molestie siano generalizzate e normalizzate nel mondo accademico. Nell’amministrazione sempre più procedurale della vita, universitaria ma non solo, regolata da mille norme e commissioni, Ahmed descrive il problema della cosiddetta ‘inefficienza strategica’ attiva all’interno dell’apparente caos istituzionale , cioè il modo in cui la riproduzione sociale delle gerarchie sessuali e razziali viene perseguita anche attraverso quei momenti in cui la macchina sembra non funzionare, ma anche quando le attività di cura vengono scaricate su  o delegate a donne o minoranze. La gerarchia viene così tenuta in piedi dall’impatto differenziale dell’inefficienza.

Ritorna sulle sue dimissioni anche nel libro Living a Feminist Life del 2017, in cui espone il “Killjoy Manifesto”, un manifesto composto da 10 punti: killjoy, ovvero chi uccide la gioia (o la spensieratezza) altrui richiamando l’attenzione su un’affermazione, un avvenimento o un comportamento problematico. Questo “guastare la gioia” è secondo Sarah Ahmed una caratteristica intrinseca di chiunque si identifichi come femminista, in quanto il femminismo ha come obiettivo quello di mettere in discussione le dinamiche di potere su cui si basano le nostre relazioni sociali. Essere una guastafeste comporta anche l’essere vista come qualcuno che ‘uccide la vita’, a causa del collegamento tra i principi vitali e quelli della felicità. Siccome vai contro la felicità, vai anche contro la vita.

“È la femminista che uccide la gioia degli altri facendo notare un momento sessista, oppure semplicemente lei mette in risalto la negatività che viene nascosta e normalizzata da un elemento di pubblica gioia?”

La figura della femminista guastafeste prospetta un progetto politico, ma anche un compito a casa da mettere in pratica nel quotidiano, nelle relazioni, ovunque: ad esempio quando si è sedute a tavola con la propria famiglia, minacciamo l’istituzione in qualche modo? o semplicemente possiamo mettere in evidenza quello che è già presente, il non detto, in quel momento, in quella stanza?

 

Audre Lorde – sottolinea Ahmed – ci insegna quanto sia veloce tradurre la libertà di essere felice nella libertà di distogliere lo sguardo da ciò che ti rende infelice. La caparbietà potrebbe essere ripensata come uno stile di politica: un rifiuto di evitare di guardare quello che è già stato ignorato. Chi osserva che razzismo, sessismo ed eterosessismo sono attuali viene tacciata di caparbietà: rifiuta in realtà di permettere che si sorvoli su queste problematiche.

Può essere una festa fare la guastafeste ?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *