Un percorso di lettura – di Clotilde Barbarulli

Le funambole presentano:

Gli occhiali di Clotilde

Rubrica di recensioni a cura di Clotilde Barbarulli

Un percorso di lettura:

 

Assistiamo a una storia infinita di spostamenti traumatici e attraversamenti di frontiere costellati da perdite, ferite, esclusioni, sfruttamento e dominio, che alimentano il capitalismo transnazionale, in un oggi in cui domina più che mai quel ‘nazismo’ da Anna Maria Ortese definito una “concezione della vita come privilegio della razza economica, dell’economico come unica carta d’identità”. I/le migranti stanno mettendo a nudo il volto di questa Europa che genera muri, chiude frontiere, esporta guerre e militarizza i territori. Per questo di fronte alle varie forme di respingimento, politiche migranticide (Annamaria Rivera, in: Fare mondo 2017, wwww.ilgiardinodeiciliegi.firenze.it), mi sembra attuale il libro di Federica Sossi Le parole del delirio. Immagini in migrazione, riflessioni sui frantumi, Ombre corte 2016.

Sossi – che ha seguito direttamente le “tante Lampedusa” – si sente, fra migliaia di foto, di ritagli, di punti di vista su di una realtà di per sé delirante, disorientata arrivando a pensare che la scrittura sia inutile e tuttavia ci offre un libro sulla frantumazione della parola. Nella difficoltà del dire che cosa succede e come è possibile che succeda, si accorge che un elenco sulla situazione migratoria può ridare profondità agli eventi quasi sommersi nella bulimia di quello che chiama il regime del delirio. Fatti e foto così elencati del settembre 2015, ad esempio, risultano un montaggio di “immagini che ci assalgono” politicamente ed emotivamente (Judith Butler), proprio nel mettere in luce le frontiere della disumanizzazione.

Arendt indicava l’impotenza come l’esperienza della sua generazione, ed anche noi (almeno chi soffre per una tale situazione) ci sentiamo “afasic*” e come “subaltern* all’accadere”, nonostante la volontà di denunciare. Si rischia una sorta di assuefazione ad una iper-visibilità in un processo di normalizzazione nell’anormale, come se assieme ai morti, ai muri e fili spinati, anche l’etica pubblica fosse morta, e l’indignazione diventasse un inutile esercizio retorico.

“Frontiere”, “droni”, “Aylan”, “naufragi”, “migranti economici”, “corridoio umanitario”, “trafficanti” … sono le parole del delirio riferite non solo alle politiche dell’Unione europea ma anche al “modo di darsi della realtà attuale, una sorta di frenesia degli eventi”. L’attenta decostruzione di Sossi tocca molti luoghi e momenti da Bodrum, a Keleti, a Lesbo, Istanbul, considerando media, dispositivi di leggi europei, razzismo, per mettere in rilievo la costruzione che annulla l’umano con una violenza normale. “Possiamo opporci, nella volontà di resistere alla cattura e alla complicità con quell’apparato poliziesco fantasmatico, allo sguardo che esso ci consegna?” Possiamo opporci chiudendo gli schermi o proponendo un altro sguardo, una contro-narrazione?

Le africane ospitate – nell’agosto 2014 da Sossi a Roma – che hanno attraversato il deserto, solcato il mare, dopo la notte, si dedicano alla cura del proprio corpo offrendoci un’immagine particolare di r/esistenza: l’autrice non può dare loro che poche cose e niente thè perché manca lo zucchero e vicino a casa sua è tutto chiuso, ma capisce di poter essere ospitale offrendo borsette, maglie, soprattutto uno smalto color ciclamino, essenziale per dare un tocco “di normalità” a quella esistenza che le giovani cercano di riprendere in mano, e così le vede andar via determinate a proseguire il loro cammino “più in là” in Europa.

Milena Magnani (Delle volte il vento, kurumumy 2012) racconta la storia di Lume che, negli anni Novanta, è costretta dai familiari a lasciare l’Albania, con molt* che fuggivano in cerca di fortuna e approda in Salento. Non vuole però – a differenza degli altri – rinnegare la sua storia comunista, non accetta l’atteggiamento di superiorità e diffidenza con cui l’Occidente l’accoglie, chiudendosi nel silenzio, e in questo suo rifiuto incontra Carmela, alla ricerca di un orizzonte politico diverso. È difficile intendersi, mentre Carmela vorrebbe spiegare a Lume che quel comunismo, cui non vuole rinunciare, era stata una passione intensa nella propria adolescenza con lo zio Giginu, che le parlava di una speranza politica, come “un pareggio di conti destinato a risarcire chi aveva ingiustamente sopportato dolore, prepotenze, angherie” dal potere. Lume non si lascia incantare dalle false suggestioni di una società del benessere, vuole salvaguardare la sua passione politica, e riuscirà a tornare nella sua terra. L’autrice, dopo le sue esperienze in Albania, vuole così raccontare anche le speranze in una società politicamente diversa e restituire dignità e rispetto alle profughe e ai profughi albanesi, delineando due culture, “due terre di migranti, che si sono trovate di colpo una di fronte all’altra”, nella metafora del vento che, come i flussi migratori, non si può arginare.

Nel romanzo di Franca Cavagnoli (Luminusa, Frassinelli 2015), dalla scrittura scarna e intensa, Mario passa il tempo a raccogliere i resti dei naufragi di barconi sull’isola – “Lopadosa, Lipadusa, Lampedosa. Il nome deriva da una radice greca che significa luce, fuoco…Luminusa” – frammenti di storie, dalle foto alle musicassette e scrive per ogni oggetto didascalie in versi, un tentativo di fermare l’oblio. Di fronte all’indifferenza delle culture pubbliche cerca, insieme ad altri amici impegnati, di creare un archivio dei sentimenti, “un museo della vita quotidiana”, in una stanza di 4 metri, in cui “conservare la memoria” di chi è passato – o non è mai arrivato – e ha lasciato un rotolo di lettere, un disegno, una scarpa da tennis in fondo al mare. Scrive sentendo la sua non appartenenza per aver patito il colore diverso della pelle, vuole sapere le sue origini, ma, avendone timore, decide di avvicinarsi per tappe all’Africa: prima di partire, imballati e depositati gli oggetti, va a salutare le tombe mescolate degli isolani e dei naufragati, un cimitero bianco sullo sfondo del Mediterraneo, una “vasta distesa blu di un altro cimitero”, lasciando delle margherite. In quell’archivio del dolore, troppi sono “i morti senza nome. Morti per i quali non c’è un addio”.

Frammenti di storie sono al centro anche del libro di Cristina Cattaneo (Naufraghi senza volto, Cortina 2018) relativo al proprio lavoro svolto con altre/i medici forensi del Laboratorio Labanof dell’Università di Milano: dal 2013 cercano di ricostruire dagli effetti personali raccolti in zaini e nelle tasche dei morti nel Mediterraneo un barcone nel 2015, grazie al disegno di Makkox (propaganda Live): “Con quali aspettative questo giovane adolescente del Mali aveva con tanta cura nascosto” un documento che forse pensava utile in Europa, “ormai ridotto a poche pagine scolorite intrise di acqua marcia”?

Ecco alcuni libri che ci parlano di vite umane, di storie, e non di statistiche, ci narrano di donne e uomini che in forme diverse accolgono chi arriva, ascoltano emozioni e proteste, si appassionano e si indignano di fronte alle parole vuote dell’arroganza e del cinismo di governi e media.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *