Gli occhiali di Clotilde: La tua bellezza – Sahar Mustafah

Le funambole presentano:

Gli occhiali di Clotilde

Rubrica di recensioni a cura di Clotilde Barbarulli

Sahar Mustafah, La tua bellezza, Marcos y Marcos 2020,  pp. 383,  euro 18,00.

Clotilde Barbarulli

Sahar Mustafah, figlia di palestinesi emigrati negli Stati Uniti, racconta la storia di una strage in una scuola islamica, per indagare “la forma di questa violenza, intrisa di patriarcato e suprematismo bianco”. Afaf, la protagonista, una musulmana velata,  è intenta a pregare in una specie di sgabuzzino, adibito un tempo a confessionale, del liceo femminile a Chicago quando un uomo armato apre il fuoco e stermina le studentesse. È preside della scuola, ed  educa le proprie alunne ai valori del pluralismo e del rispetto verso l’altr*, perciò, sentendo gli spari e le urla, decide di aspettare l’assassino e di affrontarlo, per capire le ragioni di tanta violenza. Nel tempo sospeso dell’attesa, mentre tra le mura del liceo echeggiano le grida delle ragazze terrorizzate e i tonfi dei corpi che crollano a terra, Afaf rivive il suo passato, cominciando  un  lungo viaggio di rammemorazione e riflessioni sulle proprie radici, la famiglia e la scelta religiosa. Nata in America da genitori palestinesi, vive un difficile e tormentato percorso di integrazione, segnato indelebilmente dalla scomparsa della sorella Nada (per incomprensione totale con la madre,  lascia la casa e per molto non dà più notizie), dai problemi economici in cui la famiglia versa, dalla nostalgia inconsolabile della madre per la terra perduta. “Si è sempre sentita indifendibile davanti ai bianchi. Il senso di inferiorità si era insediato lentamente in lei, a cominciare dalla scuola elementare, quando le maestre frustravano le sua capacità”. Poi nella vita quotidiana si era  sentita guardata dalle donne come una minaccia e dagli uomini con tacita violenza.

Essere palestinese inoltre vuol  dire difendere costantemente il proprio diritto di esistere in un paese che è stato colonizzato, un  trauma politico aggravato per Ataf dalle fratture famigliari. Perciò l’avvicinamento all’Islam deriva per lei dall’assenza di qualcosa, una mancanza che  in moschea viene placata da  una straordinaria cerchia di donne che la abbracciano e l’accettano senza giudizio né condizioni, una comunità che dà affetto e accoglienza. La cerimonia del velo – anche se negli Stati Uniti  “è diventato qualcosa  in grado di attrarre repulsione, paura” – si delinea quindi come un momento importante, un atto  che nasce da una scelta profonda, intima e personale, e non da una costrizione o dalla sottomissione.  Al contrario: un’affermazione di sé,

Il romanzo segue due tempi narrativi: da una parte la vita di Afaf che vediamo crescere nelle pagine da bambina a donna, con la conversione all’Islam incoraggiata dal padre e osteggiata dalla madre, in un percorso inverso a quello del fratello, che invece sottolinea ulteriormente l’appartenenza americana attraverso lo sport; dall’altra una lunga interminabile giornata, il presente,  in cui aspetta che arrivi anche da lei quel suprematista bianco armato, accecato dall’odio e dalla violenza favorita da una vita anaffettiva e alienata in un clima generale di intolleranza verso i musulmani e in particolare verso l’uso del velo. Due percorsi diversi dunque, l’uno volto alla ricerca dell’equilibrio e di un’appartenenza, l’altro all’individuazione di un nemico da abbattere contro un mondo avvertito come ostile.

Nell’incontro l’assassino ordina ad Ataf – che cerca di dialogare e di capire prima di provare a difendersi -. di togliersi lo “straccio” dalla testa dicendole che non ha il diritto di stare nel paese: è solo “un nemico”, a cui alla fine spara. L’autrice ha spiegato che le interessava capire come si sviluppano rancore e bigottismo in un essere umano che sceglie il terrorismo in un paese razzista che privilegia le armi, per offrire così alle lettrici e ai lettori americani, intolleranti verso i musulmani specie dopo l’11 settembre, la possibilità di riflettere anche sul terrorismo bianco. Ha affermato di  credere nell’importanza sia della scrittura sia della lettura per connetterci e poter confrontare, disarmat*,  le diverse storie.

Nonostante le difficoltà dell’oggi, credo anch’io sia proprio della letteratura, della poesia trovare le parole che mancano alla politica,  in una società come la nostra povera di relazioni e di progetti di convivenza, attraversata da tanta violenza. Nell’apatia etica costitutiva di un’economia che soffoca la democrazia, se si vogliono inventare mondi diversi, illuminando il presente con differenti visioni (Cixous) ritengo indispensabile rivolgersi alla letteratura: portatrice di interrogativi e visioni differenti, può trovare infatti le parole quando la politica dei governi tace o balbetta o assume la maschera dell’arroganza e della sopraffazione. Come scrive Sahar Mustafah la scrittura è  una forma di  “viaggio difficile, esaltante”  per fronteggiare “questo clima di odio, paura e disperazione. Le nostre parole, per quanto lente, per quanto sofferte, sono la speranza”.

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