Contributo di Maddalena Manca NUDM Marche

La mia lotta come lavoratrice e femminista durante il COVID-19

Messaggi dalle linee del fronte della cura

MADDALENA MANCA

28 aprile 2020

Siamo orgogliosi di avere un forte focus analitico sulla riproduzione sociale in  Spectre . L’attuale pandemia sta tragicamente dimostrandociò che i teorici della riproduzione sociale hanno a lungo messo in evidenza: che il lavoro necessario per permettere e mantenere la vita, come l’assistenza infermieristica, l’insegnamento, la pulizia – in altre parole, il lavoro di cura – è essenziale per il funzionamento di qualsiasi società. In effetti, è il lavoro di cura che rende possibili tutti gli altri lavori.

Un focus sulla riproduzione sociale, tuttavia, non è semplicemente una posizione filosofica. È contemporaneamente un progetto politico. Ecco perché durante questo periodo di crisi, vogliamo che i nostri lettori ascoltino le voci dei lavoratori che combattono nelle linee del fronte della cura. Il lavoro di infermiere, lavoratrici delle pulizie, insegnanti e braccianti agricoli, tra gli altri, ci sta sostenendo in questa crisi. La nostra rubrica, “Messaggi dalle linee del fronte della cura”, è progettata per ricordarci che sono i ruoli di agente di borsa e di dirigente aziendale che sono usa e getta e vogliamo un mondo in cui rimangano tali.

Sono sia un’operaia che una femminista: la lotta in cui sono stata coinvolta nelle ultime settimane è stata una lotta di donne sia all’interno che all’esterno della fabbrica, sebbene a raccontarla pubblicamente siano spesso uomini.

A metà febbraio, la notizia del COVID-19 iniziò a diffondersi in Italia, eppure rimase un’eco lontana, quasi impercettibile, sistematicamente minimizzata. Ma nell’arco di pochi giorni i capi iniziarono a metterci di fronte ad una scelta inaccettabile: quella tra lavoro e salute. Il conflitto che ne è seguito è stato estremamente duro con i lavoratori che hanno lottato ripetutamente per il diritto alla salute e alla sicurezza sul posto di lavoro. Persino in settori senza sicurezze contrattuali e senza indennità, i lavoratori hanno combattuto i padroni per chiedere che la loro salute e quella delle loro famiglie fosse presa sul serio.

La pandemia ha messo in evidenza le contraddizioni tra produzione e riproduzione sociale, rendendo più evidenti le varie forme di oppressione e le crepe nel sistema. Racconterò la storia delle nostre lotte, ma lo farò dal punto di vista delle lavoratrici, che oltre a dover affrontare la scelta tra salute e lavoro devono anche portare il fardello quotidiano del lavoro domestico e dell’assistenza all’infanzia, un fardello notevolmente accresciuto per via della chiusura delle scuole.

Il 24 febbraio, l’OMS inviò un opuscolo a tutti i siti produttivi che descriveva in dettaglio le procedure da seguire per contenere il contagio e sottolineava la necessità di fornire DPI ai lavoratori (dispositivi di protezione individuale). Tre giorni dopo, il 27, l’epidemia è diventòuna crisi. Il governo chiese alle aziende di fornire DPI ai lavoratori, ma questi non erano disponibili o era difficile procurarsene. Nonostante questo, la produzione andò avanti mentre il contagio salì alle stelle.

Nella mia fabbrica, hanno controllato la nostra temperatura prima di metterci al lavoro. Siamo trecento lavoratrici, disposte su venti linee, con soli cinque centimetri di distanza tra noi; è stato veramente spaventoso. Per le donne, la situazione era ancora peggiore, perché dovevamo sgomitare per assicurarci che i nostri genitori e parenti anziani e i nostri figli, a casa da scuola, fossero assistiti. Nel frattempo, il governo annunciò ulteriori misure di lockdown e di quarantena, ma senza disposizioni per le lavoratrici che hanno continuato ad andare a lavorare con un carico domestico raddoppiato.

Nella mia fabbrica, durante le pause, abbiamo iniziato a discutere di come questa crisi abbia aumentato carichi specifici per le donne. Il modo in cui dovevamo rischiare la vita andando al lavoro dovendoci anche svegliare alle 4:30 del mattino per assicurare la cura delle nostre famiglie. La nostra rabbia iniziò a montare, specialmente quando abbiamo iniziato a discutere della totale insufficienza delle procedure di sicurezza nel posto. Respiravamo la stessa aria, eravamo affollati nelle stesse stanze. Il virus diventò una realtà tangibile per noi: ognuna di noi poteva essere una portatrice e ognunadi noi sperava che non fosse lei ad esserlo.

Non dovrebbe sorprendere quindi che siamo state noi donne le prime ad agire. Abbiamo usato WhatsApp e i social media per iniziare a spargere la voce. La nostra rivendicazione: o l’azienda interrompe la produzione o sciopereremo.

All’inizio di marzo, i lavoratori di quindici fabbriche si sono rifiutati di lavorare in queste condizioni pericolose, senza mascherine o divisori. Entro il 6 marzo, trentanove fabbriche erano in sciopero, e il 10 marzo gli scioperi e i blocchi erano diffusicome incendi in tutto il paese.

A questo punto, i sindacati, pressati dagli scioperi e dalle proteste spontanee organizzate dai lavoratori di ogni tipo, sono stati costretti a chiedere al governo di impegnarsi in una contrattazione aperta. Il 13 marzo i sindacati di base hanno indetto uno sciopero generale che avrebbe coinvolto i servizi di consegna, i settori dei servizi e delle pulizie e le fabbriche. Il giorno successivo i principali sindacati hanno finalmente incontrato il governo, che ha accettato la nostra richiesta originale di fermare tutta la produzione non essenziale a partire dal 15 marzo.

Ma la lotta era tutt’altro che finita. Immediatamente dopo l’annuncio del governo, migliaia di aziende si sono precipitate per essere riconosciute come un’eccezione alla regola, chiedendo di rimanere aperte. Il consiglio aziendale italiano (Confindustria) ha aggiunto la sua potente voce per protestare contro il lockdown perché “il mercato globale lo richiede”. Confindustria ha continuato a esercitare pressione sul governo e quando il governo ha annunciato che il divieto sulle produzioni non essenziali sarebbe stato esteso fino al 3 maggio, Confindustria si è lamentata amaramente e, in Toscana, ha persino innalzato la bandiera a mezz’asta in segno di protesta.

Questo è un insulto a tutti coloro che sono morti per COVID-19 e uno schiaffo in faccia a quelli di noi che continuano a lavorare nelle fabbriche, rischiando di essere infettati e finire in terapia intensiva. L’arroganza dei capi, che vogliono continuare a fare profitti dei quali noi vedremo solo minuscole briciole, al rischio delle nostre vite, ci costringe a porci la domanda: “Vogliamo davvero continuare a vivere così?”

Ci rendiamo conto che la nostra lotta per le nostre vite e i nostri diritti nel prossimo periodo non sarà facile. Non dovremmo mai dimenticare come nel momento in cui la classe operaia ha iniziato a reagire in Italia, i capi hanno immediatamente chiarito che erano pronti a rivalersi.

Ciò che stiamo vivendo è un’autentica guerra di classe, una guerra nella quale le lavoratrici stanno subendo il colpo più forte, sia che lavorino in una fabbrica, in un supermercato, in un ospedale, in un ufficio o a casa: tutto sta pesando su di noi e siamo in prima linea nella lotta.

Una delle lotte nel settore dei servizi ha preso in prestito lo slogan femminista del movimento Non una di meno : “Se le nostre vite non sono valgono, noi ci fermiamo”. Dobbiamo ricominciare da questo punto. Continueremo a combattere perché non ci può essere chiesto di scegliere tra la nostra salute e il nostro lavoro. Unmodo diverso di fare le cose è necessario e urgente perché il capitalismo e il patriarcato producono sfruttamento e morte ed è tempo di dire: “Non più!”

 

MADDALENA MANCA

Maddalena Manca è un’operaia tessile di Macerata (Italia) e un’attivista del movimento femminista “Non una di meno”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *